La dimensione mistica è profondamente radicata nella cultura africana. La quotidianità di queste popolazioni è intrisa di sacralità e rimane profondamente legata al culto dell’animismo. 
Vi trova quindi spazio una dimensione soprannaturale, che nella società occidentale è relegata perlopiù alla sfera della superstizione. Amuleti, oggetti sacri, riti, momenti e sguardi sono catturati nelle immagini di questa pubblicazione.

Scatti inconsueti, angolature inusuali e un’impostazione quasi aggressiva contraddistinguono quest’opera di Fabrizio Biaggi, che vuole mostrare le sensazioni del soggetto con i suoi occhi. Gris gris in Senegal è quindi anche un viaggio alla scoperta della dimensione della magia molto viva tra le popolazioni senegalesi e del loro rapporto con le forze invisibili che regolano la vita.

Il titolo del suo libro “gris-gris in Senegal” fa riferimento agli oggetti sacri e ai feticci delle popolazioni dell’Africa Occidentale. Com’è nato il suo interesse per la sacralità africana?

L’interesse nasce casualmente, nei miei tre precedenti viaggi ho notato che queste popolazioni portavano degli amuleti ma non mi ero chiesto davvero il perché. Visionando le foto per una mostra ho notato che addosso a tutte le donne e a tutti i bambini questi oggetti erano visibili. 
Parlando con un mio amico senegalese ho chiesto come mai gli uomini non indossassero questi amuleti. La risposta fu semplice, gli uomini li indossano sotto l’abbigliamento a mo’ di cintura. Curioso fu anche il fatto che questi amuleti sono diversi per tipologia e contenuto. Si va dalla salvaguardia della salute, alla ricerca della fertilità, alla protezione degli spiriti maligni. Generalmente sono composti da foglietti manoscritti o prestampati di versetti coranici e da materie organiche, corna di animali, polveri ecc. Questo fu il punto focale del mio interesse. 
Ho contattato in seguito un’amica giornalista reporter da Dakar, Luciana De Michele per ottenere delle spiegazioni specifiche, scientifiche e storiche di questi Gris Gris. Le sue spiegazioni mi coinvolsero ulteriormente nel voler approfondire fotograficamente questo argomento.


Come ha trovato e com’è riuscito ad avvicinarsi alle popolazioni senegalesi che ha ritratto con i suoi scatti?

Trovare delle persone che creano degli amuleti o che fanno dei riti di magia e che per di più sono disposti a farsi fotografare non è evidente! Per fortuna conosco abbastanza bene il Senegal, perché ci sono stato tre volte per la realizzazione della mia prima pubblicazione libraia, Terranga la Vallée du fleuve. In questi viaggi ho conosciuto un ragazzo, Pithiel Saw che ha esplorato il territorio prima del mio arrivo nella ricerca di queste persone. Pixi ha vagato nel Senegal alla ricerca di questi “maghi” disposti anche a farsi riprendere dalle mie macchine fotografiche.

L’esperienza in Senegal ha in qualche modo cambiato il suo rapporto con la dimensione del soprannaturale e della magia?

Devo dire che fondamentalmente non ci credo e che molti di questi maghi siano palesemente dei ciarlatani. Comunque devo ammettere che in due casi sono rimasto a bocca aperta. Quando ti trovi in mezzo a una zona desertica e una maga, gettando delle conchiglie ti racconta la tua vita per filo e per segno, anche con particolari che solo tu puoi conoscere, allora i dubbi ti vengono. Alla fine della seduta ti dice che il viaggio di ritorno sarà positivo e che al tuo arrivo avrai una bellissima notizia.

Il pensiero da straniero è che questa vuole incrementare il suo cachet. Fortunatamente la previsione è stata puntualmente azzeccata! E allora la mia mente razionale comincia a pensare che qualcosa di soprannaturale deve pur esserci.

Alcune inquadrature sono molto ravvicinate, con angolature inconsuete, quasi provocatorie. A cosa è dovuta questa scelta e come hanno reagito i soggetti davanti all’obiettivo della macchina fotografica?

L’impostazione molto aggressiva degli scatti deriva dalla precedente esperienza lavorativa con una delle migliori editor al mondo, Daria Birang, con cui ho collaborato per Bayul, terre nascoste. 
Ho cercato di avvicinarmi il più possibile al soggetto utilizzando un leggero grandangolo quasi costringendo le persone a collaborare. L’utilizzo di angolature inusuali per la fotografia classica è voluto per mostrare quasi con gli occhi del soggetto le sue sensazioni. Per quanto riguarda la reazione del soggetto è mia convinzione che sia unicamente una questione di come ci si propone. Alcuni anni orsono ero in viaggio con degli amici in Madagascar, e stranamente tutte le persone da me si lasciavano ritrarre, gli altri fotografi ricevevano un secco no!

Quali aspetti ha cercato di catturare con le sue immagini e che tipo di sensazioni voleva trasmettere?

Ho voluto trasmettere delle impressioni di questi paesi e di queste 
“magie” cosciente che solo un filmato può riprodurre fedelmente questi momenti. Quando si deve scegliere una selezione di un centinaio d’immagini da seimila scatti, ci si rende conto che tutto non si può raccontare.

Desidera ringraziare qualcuno?

Voglio ringraziare mia moglie Monica che mi ha seguito in questo peregrinare senegalese affrontando difficoltà e disagi non evidenti da superare. Un ringraziamento va inoltre alla mia inseparabile guida e amico da un decennio Papithiel Saw che ha preparato e mi ha 
accompagnato durante tutto il viaggio.

L’ultimo ringraziamento va a Drago Stevanovic (direttore di OtherMovie Lugano Film Festival) che mi ha impresso lo stimolo di riesumare questo lavoro finito prematuramente nel cassetto degli oggetti dimenticati.

Intervista di KATIUSCIA CIDALI

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